Il mistero di Apsogos

 

«Cosa cerchi?».

Mi sveglio di soprassalto. Dormivo con la testa poggiata al vetro e la jeep ha preso una buca. Mi accarezzo la tempia.

«Stai bene?» mi domanda Teresa, la ragazza emiliana che ho a fianco dall’inizio del viaggio.

«Sì, tutto bene, grazie. Non è nulla».

«Non sei emozionata?». Dopo chilometri di deserto australiano è felice che sia rinvenuta. Con il resto del gruppo non può chiacchierare. Sono russi e giapponesi di mezza età, a malapena riescono chiedere dov’è il bagno. Abbozzo un sorriso. Non che non sia simpatica, Teresa, è che parla troppo, soprattutto di mattina presto. E sì, sarei emozionata se non fosse per il mal di testa. Non dalla botta al vetro, quello che ho da una settimana, da quando ho programmato questo viaggio ad Ayers Rock.

 

Ero ad Adelaide. Camminavo sul marciapiede a Melbourne Street, nei pressi della lavanderia automatica, e a qualche metro da me, seduto su una panchina, vedo un aborigeno. Non ce ne sono molti a sud, per cui lo guardo con curiosità. Molto scuro, età indefinibile, trasandato, barba e capelli grigi, una camicetta bianca a fiori e un paio di calzoncini scoloriti. Era scalzo, e stringeva una sacca con delle bretelle rosse per tracolla. Quando gli fui accanto ricambiò lo sguardo. Aveva degli occhi nocciola molto intensi. Per istinto misi una mano in tasca e gli porsi una moneta da un dollaro. Lui la guardò, senza toccarla. Poi agitò due dita e si lisciò la barba. Due dita e la barba, per tre volte. Pensai che volesse due dollari, così aggiunsi un’altra moneta, ma scosse il capo. Tornò a lisciarsi la barba, e in quell’attimo mi venne in mente che sulla moneta da due dollari era raffigurato un aborigeno con la barba. Controllai in tasca e ne trovai una. Sorrise, e nel prenderla mi sfiorò la mano. In quel momento sentì, in modo preciso e distinto, una voce che in perfetto italiano domandava…

«Cosa cerchi?».

Mi voltai. Non c’era nessuno accanto a noi. Lui mi fissava e sorrideva. Provai un certo disagio e stavo per allontanarmi quando mi afferrò il polso e fece cenno di attendere. Rovistò nella sacca e trasse un sasso levigato e piatto del diametro di una tazzina. Su una faccia c’era una figura dipinta, un’anatra in volo. Mi aprì la mano coi polpastrelli ruvidi, pose il sasso sul palmo e richiuse con delicatezza. Ringraziai e ripresi la strada. Fu quel giorno che cominciai ad avvertire un ronzio cupo e persistente, come il suono di un didgeridoo. Cinque minuti dopo stavo acquistando il tour per Alice Springs. È passata una settimana ma quel suono non smette, mi sfianca. Ho poco appetito e quasi sempre sonno.

Le tre jeep hanno abbandonato l’Highway 87. Noi siamo quella in coda e mangiamo polvere rossa fino ad Alligator Gorge. Qui, da una piattaforma panoramica, ammiriamo una gola di rocce arancioni. Facciamo colazione e proseguiamo nell’Outback. Ovunque ci voltiamo lo sguardo abbraccia un orizzonte aperto, chilometri di sterpi alte un palmo, pochi segni umani. Io fatico a seguire lo strambo accento delle guide e dopo un po’ mi rinchiudo nei miei pensieri. Mi affido a Teresa, che mi strattona per segnalare qualcosa di interessante e mi traduce le note di viaggio del nostro autista.

Da quando sono qui non faccio che riflettere sulla mia vita, forse perché è il luogo della Terra più lontano da casa. Rivedo le mie scelte, i sentieri interrotti. Il mio sogno, se c’è, ha i contorni ancora troppo sfocati.

E poi quella domanda ricorrente.

«Cosa cerchi?».

Ci fermiamo. Sosta obbligata per le foto su un’enorme macchia abbagliante che era un lago salato, quindi pausa pranzo in un villaggio di tre case, dove ci cucinano delle omelette all’aperto. E ancora sabbia, lucertole, scheletri di furgoni, crateri e città fantasma.

Dopo ottocentocinquanta chilometri ci fermiamo a Coober Pedy. Ci dicono che siamo arrivati, ma ci guardiamo intorno e vediamo strane lapidi ovunque. Le guide ridono, e svelano che quelle sono prese d’aria. Le case, i negozi, le chiese, tutto scavato nel sottosuolo per sfuggire al caldo che uccide o rende pazzi. Scendiamo a visitare l’orfanotrofio dei canguri di Josephine, un’istituzione. Teresa si diverte un mondo a dare il biberon a un cucciolo di cinque mesi.

La sera montiamo un campo nel Deserto Dipinto, e l’indomani la prima tappa è Marla, una stazione di servizio che qualcuno ha avuto la presunzione di segnare sulla cartina. Sosta carburante, colazione e ripartenza. Mentre stiamo per rimetterci in marcia, scorgo un uomo seduto a bordo strada. D’accordo, per noi bianchi gli aborigeni si somigliano tutti, ma sono assolutamente certa che sia l’uomo di Adelaide. Ho riconosciuto la sacca con le bretelle rosse. Chiedo al nostro autista se faccia parte del tour, ma mi risponde con aria di sufficienza che è solo un barbone. Just a bum. Lo seguo dal finestrino mentre ripartiamo. Lui mi fissa e sorride. Poi, ancora una volta, nella mia testa risuona la domanda.

«Cosa cerchi?».

Frugo nella mia borsa e trovo il sasso. Teresa me lo sfila dalle mani e mi chiede dove l’abbia trovato.

«L’ho comprato ad Adelaide. Non proprio comprato».

«È un fiore del deserto» dice lei con sicurezza. È biologa, me lo avrà detto sei o sette volte. Racconta tutto a tutti e dimentica cosa-ha-detto-a-chi.

«Non è un uccello?».

«No, è un’orchidea. Qui la chiamano flying duck, l’anatra volante, ma il nome scientifico è Caleana. È un fiore molto piccolo. Vive in simbiosi con un fungo, una specie di peluria bianca che ricopre le radici e lo protegge dai batteri. Carino il souvenir, anch’io ho preso qualcosa». Apre la borsa e inizia a farmi l’elenco.

Qualche ora dopo attraversiamo il confine. Sul ciglio della strada una lastra di pietra rettangolare ci dà il benvenuto e annuncia che stiamo entrando nei Territori del Nord.

Poi l’autista rallenta, ci avverte che sta succedendo qualcosa, ferma la jeep e ci fa scendere. Laggiù, all’orizzonte, immersa nella foschia, la montagna più misteriosa del mondo. Uluru. Persino da qui si avverte una sensazione innaturale, quasi magica. Un sasso conficcato in una tavola piatta. Il perno attorno a cui un giorno la mano di Dio farà ruotare il continente, come un bambino la sua trottola.

L’autista ci dice che cambia colore a seconda dell’ora, delle nuvole, del clima. C’è un momento in cui è di un rosso intenso. Niente paura, lo vedremo, è uno dei pezzi forti del tour.

Quando arriviamo sotto, lasciamo le jeep in uno spiazzo, montiamo le tende e ci avventuriamo in gruppo alla base del monolito. Teresa esclama in inglese che le pareti sembrano una colata di cioccolata e le signore giapponesi ridono. Seguiamo un sentiero che gli gira intorno e su un versante troviamo una piscina naturale che s’incunea nella piega della montagna. Qualcuno del gruppo si avventura per gioco su un versante meno scosceso.

Mentre cammino in coda al gruppo il mio sasso dipinto mi cade di mano. Mi chino, ed è allora che la vedo: dal terreno spunta una piccola orchidea verde e amaranto. Somiglia a un’anatra che spicca il volo. Punto lo sguardo in direzione del volo, verso la parete di Uluru, e ne vedo una scia. Sembrano raccogliersi tutte attorno a una fenditura verticale. Il gruppo si è allontanato e Teresa mi grida di non restare indietro, ma io le faccio un cenno, la raggiungerò più tardi.

Mi avvicino alla fenditura, ci guardo dentro e vedo che il fondo è illuminato dalla luce del sole. Intravedo un piccolo campo di orchidee. Scivolo nello spazio angusto e dopo una decina di metri fuoriesco in una piccola conca tra le rocce. Il terreno è un bellissimo tappeto di orchidee. Voglio portarne qualcuna a casa, proverò a piantarle. Svuoto una boccetta di vetro in cui avevo raccolto la sabbia rossa del deserto. Scavo attorno a un fiore e lo estraggo assieme alla terra aggrappata alle radici. Osservo la peluria bianca del fungo. La tocco e si sfarina tra le dita. L’accosto alle narici e avverto un odore acre. Un attimo dopo sono a terra.

Mi risveglio, sono ancora nella conca e cerco di capire quanto tempo è passato. Torno verso la fenditura, ma quando mi incuneo fra i lembi di roccia mi ritraggo d’istinto, perché la pelle ha avvertito una sensazione sgradevole. Allungo una mano e sembra immergersi in una sostanza invisibile e gelatinosa. Non fa male. Riprovo con un piede, poi decido di attraversare con tutto il corpo. Quando riemergo dalla fenditura lo scenario è completamente diverso.

Sono all’interno di una caverna, grande quanto la sala di un cinema. Al centro, una pozza d’acqua da cui emana un bagliore che rischiara le pareti. Sulla roccia ci sono dei dipinti primitivi, delle strane figure rosse e bianche. Assomigliano a quelle che ho visto a Wunnumurra Gorge.

Poi avverto un rumore d’acqua, mi volto e vedo la pozza incresparsi. Qualcosa sta emergendo. Mi assale il terrore, torno verso la fenditura, ma all’improvviso sento ancora la voce nella testa.

«Non aver paura».

Mi fermo. Mi volto e dalla pozza vedo emergere una donna. È nuda, ha dei lunghi capelli scuri, un incarnato pallido con tenui sfumature di verde, le labbra violacee, l’iride nera che avvolge tutta la pupilla. Sulla fronte, in mezzo agli occhi, un piccolo simbolo tatuato. Si muove in modo lento e sinuoso e si ferma sul bordo della pozza. Non mi fa paura, la trovo bellissima.

«Ti sbagli» dice senza muovere le labbra. «Noi non abbiamo forma. Noi siamo un nucleo di energia. Noi siamo pura coscienza. Chiunque ci guardi, vede un corpo diverso. La tua mente ci dà questo aspetto».

Quella mia stessa mente è piena di domande, lei percepisce la più importante e mi risponde.

«Sei nella dimensione del sogno».

«Chi sei?» balbetto.

«Noi siamo i custodi di questo avamposto. Noi siamo qui da undicimila rotazioni solari. Il nostro pianeta non risiede nella vostra galassia fisica, ma in un luogo che non potete comprendere. Il nostro pianeta ha un nome che non potete pronunciare, ma il suo concetto può espresso con la parola Apsogos. In una delle vostre lingue significa privo di imperfezioni, poiché le imperfezioni appartengono a una forma statica, e noi possiamo assumere qualsiasi forma».

«Perché siete qui?».

«La domanda importante non è perché noi siamo qui, ma perché tu sei qui».

Poi la creatura si china, bagna le mani nella pozza.

«Non ritrarti» dice avvicinandosi. Mi accarezza il viso. Il contatto con l’acqua pizzica.

Adesso che mi sta di fronte la guardo dritta negli occhi. Da vicino quei globi neri sembrano universi pieni di stelle, mi avvolgono, lo spazio si deforma, mi accorgo di cadere senza gravità, provo un senso di vertigine. Poi ancora una volta, perdo i sensi.

La voce di Teresa, concitata, mi riporta indietro. Mi risveglio sul sentiero dei turisti, dove avevo abbandonato il gruppo. Mi dice che è un calo di zuccheri, mi fa bere una bibita fresca. Le guide dicono che succede spesso, è una sorta di Sindrome di Stendhal: Uluru fa questo effetto. Le signore giapponesi mi sorridono maternamente. Mi volto verso la roccia ma non vedo più la fenditura. Eppure la scia di orchidee è proprio qui. Mi accosto alla parete. C’è solo una filatura, come se i due lembi di pietra si fossero ricomposti in modo perfetto.

Ma c’è qualcos’altro. Il ronzio è sparito, e con lui il mio mal di testa.

Torniamo al campo base, ci prepariamo per la notte e in tenda Teresa mi osserva. Mi domanda se abbia messo più fondotinta del solito. Le rispondo che non mi trucco da un paio di giorni. Le sembra che il mio viso sia diverso, più levigato, più luminoso.

Voglio farle vedere l’orchidea che ho raccolto. Frugo nello zaino, ma dentro la boccetta invece del fiore c’è del liquido. Teresa leva il tappo, odora, non la assaggia, ma solo per prudenza. Sembra acqua.

Sento il bisogno di raccontarle il mio sogno. Lei mi ascolta in assoluto silenzio, ma non ride e non mi interrompe come fa di solito. Quando termino la storia mi posa una mano sulla spalla e con aria solenne dice…

«È Uluru. Questo è il suo messaggio. Solo tu puoi comprenderlo. Fanne tesoro».

Dice che può far analizzare quel liquido, conosce un laboratorio che è in grado di rivelare l’esatta composizione chimica.

«Pensa se si scoprisse che questa sostanza ha un effetto rigenerante» aggiunge ridendo.

Mentre torniamo ad Adelaide cerco di rimettere insieme i pezzi di questo strano viaggio. Teresa non fa che ripetermi che c’era qualcosa di molto importante in quel sogno. Importante per me, per il mio futuro, per la mia personale ricerca della felicità. Nonostante il mio scetticismo, alla fine me ne convinco anch’io.

Decido di abbandonare l’Australia e di rientrare a casa. Sento che il compito di questo luogo è terminato. Ho abbandonato qualcosa, ho trovato qualcos’altro.

Abbiamo un regalo per te.

Iscriviti e scarica il brano Apsogos.




Privacy Policy Cookie Policy